Cosa succede in terapia? Quando la relazione diventa cura.

Cosa succede in terapia, davvero, quando entriamo per la prima volta nello studio di uno psicoterapeuta?

È una domanda che molte persone si fanno prima di iniziare una terapia. Ci si chiede cosa si dovrà raccontare, quali domande farà il terapeuta, se darà consigli, se parlerà molto o se resterà soprattutto ad ascoltare.

Ma dietro queste domande credo ce ne sia spesso un’altra, più profonda:

“Come può il fatto di parlare con qualcuno aiutarmi davvero a cambiare qualcosa nella mia vita?”

La risposta non è semplice, perché la psicoterapia non è soltanto uno spazio nel quale raccontiamo ciò che ci è accaduto.

Quando due persone si incontrano in una stanza di terapia, mentre una racconta e l’altra ascolta, sta accadendo contemporaneamente qualcos’altro: si sta costruendo una relazione.

Ed è proprio all’interno di quella relazione che ciò che conosciamo di noi può essere guardato in modo nuovo e ciò che ancora non conosciamo può, lentamente, diventare visibile.

Cosa succede in terapia? Non parliamo soltanto di ciò che accade “fuori”

In terapia portiamo la nostra storia, le nostre paure, le relazioni che ci fanno soffrire, i momenti nei quali ci siamo sentiti soli, arrabbiati, inadeguati o incapaci di trovare una via d’uscita.

Ma portiamo anche il nostro modo di stare con l’altro.

Ed è qui che la terapia diventa particolarmente interessante. Una persona può raccontarmi di avere continuamente paura del giudizio degli altri e, mentre ne parla, accorgersi di essere preoccupata anche di ciò che io sto pensando di lei. Può raccontarmi quanto sia difficile dire di no e scoprire che anche con me cerca di essere accomodante. Può dirmi di sentirsi sempre responsabile delle emozioni degli altri e accorgersi che sta cercando di capire se io sono contenta o delusa da ciò che mi sta raccontando.

Oppure può raccontare di desiderare profondamente la vicinanza e, proprio nel momento in cui la relazione diventa più intensa, sentire il bisogno di allontanarsi.

In una prospettiva gestaltica tutto questo è prezioso, perché non stiamo più soltanto parlando di qualcosa che succede altrove.

Sta succedendo qui.

Nel presente, nella relazione, e possiamo guardarlo insieme.

Il qui e ora della relazione

Uno degli aspetti che amo della Psicoterapia della Gestalt è proprio l’attenzione a ciò che accade nel qui e ora.

Questo non significa dimenticare il passato: la nostra storia è importante e ciò che abbiamo vissuto contribuisce profondamente al modo in cui oggi incontriamo il mondo.

Ma quella storia continua spesso a manifestarsi nel presente: nel corpo, nelle emozioni, nelle aspettative e nel modo in cui entriamo in contatto con gli altri.

Per questo durante una seduta può diventare importante fermarsi e domandarsi: che cosa sta succedendo proprio adesso? Cosa senti mentre mi racconti questo? Cosa accade nel tuo corpo? Che cosa immagini che io stia pensando? Cosa avresti voglia di fare in questo momento? Vorresti avvicinarti oppure allontanarti?

Ci sono momenti nei quali queste domande aprono uno spazio che nessuna spiegazione potrebbe aprire allo stesso modo, perché una cosa è capire che abbiamo paura di essere giudicati; un’altra è accorgerci della paura proprio mentre emerge nella relazione e poter fare, forse per la prima volta, un’esperienza differente.

Yalom e l’incontro tra due esseri umani

Irvin D. Yalom, ha scritto uno dei miei libri preferiti: Il dono della terapia. 

Mentre racconta il percorso tra paziente e terapeuta, utilizza un’immagine che trovo particolarmente significativa: terapeuta e paziente come compagni di viaggio.

Non significa cancellare la differenza dei ruoli. Il terapeuta infatti ha una responsabilità precisa, una formazione, un metodo e il compito di custodire il setting terapeutico.

Significa ricordare che nella stanza non ci sono un “esperto della vita” e una persona alla quale spiegare come dovrebbe vivere, ci sono due esseri umani che si incontrano, con ruoli differenti, all’interno di una relazione reale.

Yalom attribuisce grande valore proprio a ciò che accade nel presente della relazione terapeutica: le modalità con cui una persona entra in contatto con gli altri possono emergere anche con il terapeuta e diventare così qualcosa che può essere riconosciuto e compreso.

È un’idea che sento molto vicina al mio modo di intendere la psicoterapia.

Il terapeuta non osserva la vita del paziente da una posizione completamente esterna; il terapeuta è  presente nell’incontro.

Quando la relazione diventa una danza

Mi piace particolarmente la metafora utilizzata da Margherita Spagnuolo Lobb, che parla della relazione terapeutica anche attraverso l’immagine della danza della reciprocità.

È un’immagine che trovo molto efficace per descrivere qualcosa che, nella realtà della terapia, è difficile spiegare soltanto attraverso concetti teorici.

Pensiamo a due persone che danzano: un movimento dell’una modifica inevitabilmente il movimento dell’altra. Ci si avvicina, ci si allontana, si trova un ritmo, lo si perde e qualche volta lo si ritrova.

Non esiste un movimento completamente indipendente dall’altro e anche nella relazione terapeutica accade qualcosa di simile.

Il paziente porta il proprio modo di entrare in contatto, il terapeuta porta la propria presenza, la propria sensibilità, il proprio corpo e la propria capacità di ascoltare ciò che accade.

E ciò che nasce dall’incontro non appartiene completamente né all’uno né all’altro: viene costruito nella relazione.

A volte la danza è fluida, altre volte si interrompe, ci si può avvicinare e poi improvvisamente allontanare e può arrivare un momento in cui sembra impossibile trovare un ritmo comune.

Ma anche l’interruzione può diventare preziosa se riusciamo a guardarla insieme.

Che cosa è successo tra noi proprio adesso?

Questa domanda può diventare terapeutica.

Ma allora è la relazione che cura?

Dire semplicemente che “la relazione cura” rischia di essere troppo generico,; anche una buona amicizia può offrirci ascolto, affetto, vicinanza e sostegno. E tutto questo è prezioso.

La relazione terapeutica, però, ha una caratteristica particolare: ciò che accade nella relazione può diventare oggetto di consapevolezza.

Il terapeuta non è un amico, non decide al posto nostro e non dovrebbe dirci come vivere, offre invece uno spazio con confini definiti nel quale possiamo osservare insieme ciò che emerge.

Forse, allora, non è semplicemente la relazione a curare.

È ciò che può diventare possibile all’interno di una relazione sufficientemente sicura, autentica e consapevole.

Può diventare possibile raccontare qualcosa di cui ci vergogniamo e scoprire che l’altro rimane, mostrare una fragilità senza sentirci necessariamente deboli, esprimere rabbia senza distruggere il legame, dire di no senza perdere l’altro, riconoscere un bisogno senza vergognarcene.

E forse, poco alla volta, scoprire che possiamo stare con l’altro in un modo diverso.

Non soltanto capire, ma fare una nuova esperienza

Questo, per me, è uno degli aspetti più importanti della psicoterapia.

Comprendere la nostra storia è fondamentale, ma qualche volta comprendere non basta: possiamo sapere perfettamente perché abbiamo paura dell’abbandono e continuare ad avere paura, possiamo conoscere l’origine del nostro bisogno di approvazione e continuare a cercare continuamente conferme, possiamo sapere perché abbiamo imparato a non mostrare le emozioni e continuare a trattenerle.

Il cambiamento può iniziare quando, accanto alla comprensione, compare un’esperienza nuova: sentire che posso mostrarmi e non essere rifiutato.

La terapia diventa così non soltanto il luogo nel quale raccontiamo la nostra vita, ma uno spazio nel quale possiamo sperimentare un modo nuovo di essere in relazione.

Quando qualcosa comincia a muoversi

Non credo che una buona psicoterapia debba trasformarci in persone diverse da quelle che siamo.

Può piuttosto aiutarci a diventare più consapevoli del nostro modo di stare nel mondo e a recuperare possibilità che, per molte ragioni, abbiamo smesso di sentire disponibili.

A volte il cambiamento comincia da qualcosa di apparentemente piccolo, come una frase che finalmente riusciamo a dire, un silenzio che riusciamo a sostenere, un’emozione che non dobbiamo più nascondere.

Due persone si incontrano. Costruiscono, seduta dopo seduta, una relazione. E dentro quella relazione può nascere uno spazio nel quale sperimentare qualcosa di nuovo.

Una danza fatta di parole e silenzi, vicinanza e distanza, sostegno e autonomia.

E qualche volta è proprio lì, dentro questa danza, che qualcosa ricomincia a muoversi.