Curare chi cura: la mia esperienza al convegno Erickson

Sabato 18 maggio 2024 ho avuto l’onore e il grande piacere di intervenire al convegno della casa editrice Erickson dal titolo: “Sono adulto. Disabilità. Diritto alla scelta e progetto di vita“. Una preziosa occasione per ragionare e confrontarsi in merito al diritto delle persone con disabilità di programmare e pensare alla propria vita.

Il mio intervento non era dedicato alle persone con handicap, ma a chi si prende cura di chi si prende cura; era rivolto al versante professionale quindi educatori, coordinatori, assistenti sociali e tutte le figure sanitarie, educative e sociali che intervengono nel progetto di vita di chi necessita sostegno e cura.

Per me è stata una preziosa opportunità per dare voce alla mia esperienza come terapeuta, ma soprattutto come supervisore di gruppi eterogenei di operatori che, a vari livelli di impegno e responsabilità, lavorano con chi ha bisogno di cura. Infatti, credo che molto sia stato fatto e si stia facendo rispetto agli utenti dei servizi,  ma molto rimane da fare rispetto allo studio degli effetti dei processi di cura sulla qualità di vita degli operatori.

Dal mio punto di vista, si tratta di un argomento fondamentale per tutti coloro che si prendono cura: “medice cura te ipsum”  si legge nel Vangelo secondo Luca, cioè medico cura te stesso. Michael Balint, famoso medico, diceva “Come è difficile operare con un bisturi non affilato, ottenere radiografie precise con un apparecchio difettoso, udire chiaramente attraverso uno stetoscopio fuori uso, così il medico non è in grado di ascoltare come si deve se non è in buona forma”.

Di cosa ho parlato al convegno? Qual è la mia esperienza come supervisore? Quali sono i vissuti degli operatori?

Parlare di vissuti degli operatori non è stato semplice perché il vissuto dell’operatore è prima di tutto il vissuto di una persona, che porta al lavoro il complesso mondo psichico ed emotivo dell’essere umano. Quindi ho cercato di riassumere, per quanto possibile, la mia esperienza.
In questi anni di lavoro con gli operatori, ho potuto constatare che i vissuti degli operatori dipendono molto dalla fase personale e professionale in cui si trovano. Senza voler generalizzare, chi è all’inizio dell’esperienza spesso prova sentimenti di entusiasmo, coinvolgimento, poca maturità professionale, poca distinzione Io/Tu (in Gestalt viene definita confluenza), partecipazione e dedizione.
Durante l’esperienza vera e propria, si può assistere ad un processo evolutivo rispetto alla professione che porta all’acquisizione di maggiori competenze, maggiore distinzione Io/Tu. È la fase di crescita in cui gli operatori chiedono formazione specifica, supervisione, confronto; in cui vogliono dare, ma non si sostituiscono all’utente; in cui vogliono esserci ma sanno anche staccarsi, in cui possono distinguere la vita privata da quella professionale.
Nella fase finale, quella del distacco, quando tutto prosegue per il meglio, l’esperienza termina e si passa al momento dell’assorbimento e del successivo arricchimento.

Cosa succede quando i vissuti diventano negativi?

Nel corso dell’esperienza, numerosi fattori possono intervenire influenzando in modo negativo l’esperienza e il vissuto che inizialmente era positivo, può trasformarsi o irrigidirsi e diventare negativo. Nella fase iniziale per esempio, la confluenza può diventare nevrotica con la conseguente perdita di confini tra Io e Tu. Nella fase centrale può succedere che la mansione non corrisponda alle aspettative. Turni molto stancanti, mancato riconoscimento, eccessivo carico lavorativo ed emotivo, ruoli poco chiari, eccesso di burocrazia e tanti altri motivi, possono portare a vissuti di inadeguatezza, frustrazione, demotivazione, poca autostima, esaurimento emotivo, depersonalizzazione, fino ad arrivare a comportamenti di evitamento (sia verso il lavoro che verso gli utenti) e di estrema chiusura.

Questi sono solo alcuni dei possibili vissuti che ho incontrato durante le supervisioni di gruppo o singole e si tratta di momenti molto difficili per chi ne è portatore. Pensate se vi trovaste a investire tanto nella vostra professione e trovarvi a doverla abbandonare temporaneamente, o a dover rivedere la considerazione di voi stessi rispetto alle capacità percepite.
I sentimenti possono diventare così profondi da causare addirittura rabbia e disgusto verso l’utenza e/o verso il luogo di lavoro che diventa l’unico responsabile del malessere e delle pene. A questo punto l’operatore percepisce la sua completa deresponsabilizzazione e sente di non possedere alcun potere rispetto alla possibilità di cambiamento. Il contatto con l’esterno viene privato di qualunque  significato e il tentativo principale diventa quello della fuga (per esempio chiedere un trasferimento repentino) o una eccessiva chiusura che impedisce uno scambio sano. In un processo sano le fasi non sono da intendersi in assoluto negative o positive, ma vanno viste in un’ottica di processo in cui l’operatore sente di poter proseguire o dover interrompere temporaneamente. Pensiamo per esempio quando abbiamo a che fare con un utente difficile, che ci mette in discussione, oppure quando avviene qualcosa di importante nella nostra vita personale.

Come intervenire in questi casi?

Credo che l’ideale sia intervenire in forma preventiva su questi stati d’animo.
Il problema infatti, in tutte le fasi dell’esperienza, si riscontra quando tutto avviene in maniera inconsapevole cioè quando l’operatore prova sentimenti, percezioni, sensazioni anche corporee senza riconoscere la provenienza o il valore per se stesso. Questo alla lunga provoca disagio psichico e/o fisico. Ciò non è dimostrato solo dalla psicologia, ma anche dalla neuroscienze. Infatti la nostra valutazione neurocettiva (cioè la modalità con cui il nostro sistema nervoso risponde agli stimoli esterni di pericolo, minaccia o sicurezza) dipende sia da eventi che abbiamo vissuto, dal significato che hanno e che hanno avuto per noi. Per esempio, se un terapeuta entra in contatto con un vissuto emotivo espresso da un paziente e viene percepito come minaccioso, lo stato di ricezione del terapeuta rimane aperto e può dare spazio ad una reazione di attacco. Questo succede perché manca la consapevolezza dei propri vissuti. Quando al contrario, possediamo conoscenza di noi stessi, anche da un punto di vista neurobiologico, l’esperienza e la relazione determinano un cambiamento sano e buono da entrambe le parti.

La pienezza di se stessi è fondamentale, a partire dalla scelta della professione. Quando conduco i gruppi di supervisione, spesso mi soffermo a capire cosa ha portato un educatore a scegliere questa professione, o cosa ha portato un medico a scegliere la specializzazione in cardiologia. A volte si tratta di vocazione, ma non è sufficiente appellarsi a questo. Quali sono i bisogni che vado a soddisfare scegliendo di fare quello che faccio? È importante lavorare anche su questi aspetti profondi, emotivi e a volte antichi perché fanno parte della nostra funzione più intima ed è fondamentale integrarla con la scelta consapevole, quindi con la nostra parte più razionale.

Irvin Yalom nel sul bellissimo libro Il dono della terapia scrive “la terapia è una vocazione impegnativa e il terapeuta dovrà prepararsi a tollerare solitudine, frustrazione, ansia, che sono inevitabili nel suo lavoro”.
Questa grandissima verità, non vale solo per il terapeuta, ma per tutti coloro che si accingono a vivere la relazione di cura.

 

Bibliografia

Il dono della terapia, Irvin Yalom, 2002 – BEAT
Medico, paziente e terapia, Michael Balint, 2016 – Giovanni Fioriti Editore
La spiritualità è cura. La forza dell’amore nel dolore, Paola Argentino, 2023 – Mondadori Università
PNEI e scienza della cura integrata, Francesco Bottaccioli, Anna Giulia Bottaccioli, 2017 – Edra