I disturbi del comportamento alimentare: metabolismo ed emozioni

Ho dedicato un paragrafo della mia ultima tesi ai comportamenti del disturbo alimentare. La tesi era rivolta al trattamento delle malattie croniche e si sa che a volte, anche le malattie psichiche possono essere croniche.

I disturbi del comportamento alimentare (tecnicamente definiti DCA), spesso lo sono.

In questi giorni di feste, si sente spesso parlare di cibo: il cibo fa unione, festa, convivialità, ma non sempre e non per tutti il cibo è tutto questo. A volte è molto di più: è più dolore, difficoltà, paura, costrizione.

Ma facciamo un passo per volta.

Comunemente si conosce il ruolo che il cervello svolge nell’assunzione (o meno) del cibo durante la vita “normale”: i miei pazienti, e non solo loro, spesso mi dicono “non riesco a mangiare perché sono agitato”; “mi sento un blocco sullo stomaco”; “lo stomaco si è chiuso”.
Oppure al contrario: “sono agitato e devo mangiare”; “non so perché, ma ieri sera, davanti alla tv, ho mangiato una scatola di merendine”.
Purtroppo, a livello fisiologico, non è del tutto chiaro cosa accada in questi momenti e cosa regoli un bisogno fondamentale come quello del nutrirsi.

Cosa succede al cervello quando ci nutriamo?

La parte del nostro cervello dedicata agli stimoli di fame e sazietà è l’ipotalamo che riceve dal corpo segnali meccanici e chimici.
Anoressia nervosa, bulimia e binge eating rientrano nel DSM-5 come disturbi dell’alimentazione.

Il peso è il tratto morfologico che caratterizza i DCA e funziona da fattore primario di alterazione dei circuiti cerebrali e biologici, oltre ad arrivare spesso a limiti che possono minacciare la vita della persona.
A prescindere dalla sofferenza originaria che causa il disturbo, e quindi l’esperienza di vita ogni persona, è importante sottolineare l’organizzazioine mentale della persona, i costrutti psicologici coinvolti e i conseguenti comportamenti.

Mi riferisco in particolare all’anoressia, consapevole che spesso i tratti sono simili nei vari DCA e che nulla di ciò che descrivo qui può essere esaustivo dell’esperienza dolorosa legata al cibo.

Da cosa è caratterizzato il comportamento restrittivo dell’anoressia?

A livello psichico, l’anoressia è caratterizzata da dipendenza dal giudizio altrui, elevata necessità di controllo, necessità di anticipare gli eventi (spesso i miei pazienti raccontano di dover sapere prima ed esattamente come si svolgerà una serata con gli amici, senza un piano dettagliato, non escono), razionalità, volontà all’eccesso, rigidità, tendenza all’ossessione.
Emotivamente spesso presentano vergogna per presunti fallimenti, ansia generalizzata e anticipatoria, rabbia, emotività repressa.
Dal punto di vista comportamentale, l’anoressia è fatta da abitudini, rituali, evitamento, durezza verso se stessi e gli altri, i risultati devono sempre essere perfetti e soprattutto raggiunti.

Come funzionano psiche e cervello?
La disregolazione comportamentale lascia segni profondi sia sul funzionamento biologico, sui circuiti cerebrali e neuro-endocrini.
Questo perché mangiare è un istitnto vitale, il contrario non lo è.
Spesso infatti i pazienti anoressici raccontano dello sforzo immane che compiono per resistere ai morsi della fame, proprio perché non è naturale.
Il cervello del paziente apprende la gratificazione attraverso il comportamento della resistenza al cibo e quindi dalla capacità assoluta di controllo.
Se questo avviene in adolescenza, come spesso accade, tali abitudini tendono a consolidarsi nel cervello e ad instaura il meccanismo della coazione a ripetere da cui è poi difficile uscire.
Tutto questo non solo incide negativamente sulla normale funzionalità del cervello, ma lo stress cronico a cui l’anoressia sottopone, danneggia il sistema immunitario causando, per esempio, forte rischio infettivo.

Quali sono le cause?
Le cause dell’anoressia sono complesse e non del tutto definite, o meglio, può essere un insieme di cause: genetica, influenze culturali, personalità, rapporto con i genitori, traumi infantili, legami di attaccamento non sani.
Si tratta di cause valide che però, se non colte ed elaborate, rimangono un elenco poco utile ai fini della terapia.

Come si possono trattare i DCA e l’anoressia in particolare?
Da terapeuta, non è raro vivere lo sconforto legato alla difficoltà di trattamento di situazioni come queste, soprattutto quando sono cronicizzate.

Fare un passo in avanti, significa spesso farne tre indietro e così in maniera continuativa: il mio lavoro come terapeuta è riuscire a stare con quello che c’è e con quello che possiamo fare man mano, consapevole che non è guaribile nel tempo desiderato.
Da terapeuta della Gestalt, mi ha aiutata la lettura di un libro di Michela Marzano che, da ex anoressica definisce l’anoressia come un sintomo. In psicoterapia della Gestalt, il sintomo ha un significato preciso per ognuno di noi.

Ecco il passaggio:

“Non esistono le anoressiche e le bulimiche.
Esistono solo tante persone che utilizzano il cibo per dire qualcosa.
Il problema non è tanto guarire dal sintomo. Talvolta ci sono anche delle remissioni spontanee. Certo, nel caso dell’anoressia il sintomo è inquietante.
Ma come ogni sintomo, è soprattutto una forma di allarme, un campanello, una spinta. L’anoressia porta allo scoperto quello che non va nel profondo.
È un’occasione per rimettere tutto in discussione. Ma è anche una protezione. Che mette a distanza la disperazione. Che contiene il magma che si agita dentro”.

La lettura dell’anoressia come sintomo mi permette di andare oltre la malattia e cercare la persona con le sue difficoltà: il sintomo, come insegna la Gestalt, va integrato nel vissuto del paziente.
Dare un senso e integrare, questa è la strada.
Infatti, per esempio ricominciare a mangiare può essere solo un comportamento che, benché necessario alla vita, non riveste significato emotivo.

Infatti, ciò che spesso riscontro è la ossessiva necessità del paziente di trovare le cause, ma questo spesso avviene solo a livello razionale, come se fosse necessario svolgere un buon compito, senza introdurre nel percorso la chiave di lettura emotiva del vissuto.
Il disturbo anoressico si insinua a diversi livelli e si mantiene attraverso un network psicologico e biologico in cui ogni causa ed elemento è fondamentale, ma dove nulla in realtà appare determinante di per sé.

Che influenza ha avuto lo studio della PNEI sul mio percorso come terapeuta?
Dal punto di vista della PNEI, nuovi studi portano nuove possibilità di intervento: l’influenza del microbiota intestinale sul cervello per esempio, l’influenza dello stress e quindi la possibilità di apprenderne la gestione attraverso discipline come lo yoga o la meditazione che possono intervenire su caratteristiche fondamentali dell’anoressia come l’ansia e l’ossessività.

La possibilità di fare rete è una risorsa fondamentale. Può sembrare riduttivo, ma sono profondamente convinta che un conto è parlare di rete e collaborazione tra professionisti ed un altro sia farlo veramente.

Si tratta di aprire tutte le possibilità, anche quelle in cui si crede meno perché magari meno rapide: la meditazione per esempio, è più lenta di un farmaco, ma consente alla persona di centrarsi ed imparare a gestire l’ansia. Il che non vuol dire non sentirla, ma abitare con.