Un paziente si siede per la prima volta nella poltrona del mio studio.

La sua emozione è palpabile, ma cerca in ogni modo di contenerla.

Inizia a spiegare cosa sta accadendo, lo fa con incredulità, come se non sapesse descrivere il motivo per cui è venuto da me.

“Sono un medico. Svolgo la mia professione da anni con soddisfazione, impegno e passione. Ho fatto carriera nel lavoro, pratico sport, ho una famiglia che adoro e degli amici con cui condivido momenti belli e profondi”.

Dopo questo breve racconto, ricordo la pausa: alcuni minuti di silenzio in cui ho cercato di accogliere il suo bisogno, rispettando il suo tempo. E poi prosegue: “Sto parlando al presente, ma quello che ho appena descritto, appartiene al passato….E’ iniziato tutto un anno fa circa, una sera ero a casa e all’improvviso le mani hanno iniziato a sudare, ho sentito un principio di nausea e poi la tachicardia. Ho pensato che stessi avendo un infarto; sono un medico, so cosa si prova in alcune situazioni, ma quella sera non capivo cosa stesse accadendo, non avevo la lucidità sufficiente. Dopo qualche minuto, ho deciso di andare in pronto soccorso dove mi hanno diagnosticato un attaccato di ansia. Ho pensato che lo stress legato al mio lavoro potesse influire in qualche modo, ma dentro di me sapevo che non poteva essere quello. Ho sempre lavorato con dedizione, il mio lavoro non è mai stato un peso per me e allora cosa poteva essere? Sono passate alcune settimane in cui non è più accaduto nulla quindi mi sono tranquillizzato pensando che forse era stato solo un evento. Finché un giorno stavo guidando e sono stato invaso, improvvisamente, dal pensiero di non poter guidare, sentivo che era pericoloso e poteva succedere qualcosa di grave. Da quella volta, ogni tanto succede che, inaspettatamente il mio pensiero invada le mie azioni ed è come si mi bloccassi. Ho consultato un amico medico che mi ha prescritto dei farmaci, ho iniziato a prenderli e adesso non posso muovermi senza averli con me. I sintomi a volte si fanno sentire ed io mi sento prigioniero di me stesso”.

Il dolore che mi arriva è profondo: è stanco, la sua vita non è più quella di un anno fa, si sente impotente.

Ascoltare queste storie di vita è piuttosto frequente nel mio lavoro.

Nella mia esperienza, sto riscontrando che l’ansia è tipica del nostro tempo: un malessere che arriva senza ragioni apparenti, esprime un dolore che non si riconosce, anche nelle vite più “normali” ed appaganti.

Di fronte a questi racconti, a volte rimango afflitta, rattristata, il loro vissuto di impotenza arriva chiaro e forte.

L’attacco di ansia è un terreno difficile per la psicoterapia di oggi, è una sfida

“Chi non lo prova non può capire”. Questo è ciò che mi dicono spesso i pazienti.

Il paziente sa che non sta avendo un infarto, sa che non morirà, ma ha paura che questo possa accadere, proprio in quel momento in cui sa che non accadrà.

La presenza degli altri, a meno che siano figure significative, non è sufficiente a tranquillizzare l’angoscia che man mano aumenta.

A questo punto si innesca la paura anticipatoria: la paura della paura, quella paura che arriva all’improvviso, senza segnali.

Si genera insicurezza e diminuiscono le possibilità di movimento: si evita il contatto con gli altri, si evita di uscire, ci si fa accompagnare da una persona fidata.

Da qui in poi la paura diventa patologica, cioè non è in linea con quanto sta accadendo: è maggiore o minore rispetto a ciò che sarebbe adeguato.

In queste esperienze, ciò che blocca non è un ostacolo vero e proprio, ma il precipitare di ciò che normalmente ci sostiene.

Il ground viene e mancare. Ground tradotto è terra e ciò che viene a mancare è la terra sotto i piedi, la possibilità di autosostegno, di sentirsi ancorati e al sicuro.

In queste situazioni, la prima cosa che consiglio è riconnettersi con la “terra”: siediti, appoggia per bene i piedi a terra, prendi aria, respira a fondo.

Aiutati con il pensiero: pensa a persone e luoghi sicuri e conosciuti.

Tocca il tuo corpo, questo ti aiuterà ad avere percezione di te.

Dopo la prima volta, nasce la paura di non essere in grado di sostenere le situazioni perché “io e il mio corpo non siamo adeguati”.

Il picco di insorgenza di un primo attacco di panico si situa normalmente fra la tarda adolescenza e i 35 anni.

Nella nostra società, questo periodo corrisponde ad una fase del ciclo di vita caratterizzata dal distacco dalla famiglia di origine e dalla acquisizione di una nuova indipendenza.

Questo passaggio oggi è molto delicato perché sia il radicamento nella famiglia di origine, sia il passaggio verso l’esterno, sono laboriosi.

Per favorire questo passaggio, la famiglia di origine dovrebbe essere grounding, quindi stabile, ma al tempo stesso flessibile per incentivare il passaggio.

E’ probabile che l’attacco di panico insorga quando l’autonomia del soggetto cresce, ma non cresce il sostegno esterno e/o interno.

In questi momenti, la terapia rappresenta una valida appartenenza.

Il terapeuta deve essere a sua volta tranquillo, avere il suo ground, può farsi aiutare dal suo respiro, dall’essere comodo, affidandosi alla fiducia in se stesso, nelle sue competenze ed esperienze.

Io, in quanto terapeuta, faccio parte del campo: anche io incontro frammentazione, paura, incertezza e questa consapevolezza mi permette di incontrare e accogliere il mio paziente.

Nel nostro incontro, le parole aiutano e a volte trovo utile far raccontare al paziente la sua esperienza.

Spesso durante un attacco di panico, la situazione è confusa e disorientata; il racconto aiuta a vivere la situazione per come è stata veramente, a delineare una linea temporale.

Inoltre, identificare l’accaduto aiuta a coglier le cause scatenanti e questo è fondamentale per capire che le “crisi” non son casuali.

Riconoscere non solo la paura, ma anche le altre emozioni che si stanno vivendo o si sono vissute, aiuta a ridefinire il panico.

Rispetto alla percezione del corpo, spesso chi soffre di attacchi di panico ha difficoltà di respirazione, non solo durante la crisi.

Spesso il respiro si blocca durante l’espirazione, come si ci fosse una difficoltà a buttare fuori.

Infatti l’interruzione del respiro rappresenta la mancanza di contatto: qualcosa rimane bloccato e arriva l’ansia.

Favorire la fluidità del respiro, aiuta a centrare se stessi.

A volte è molto utile parlare del futuro: uscire dal panico significa anche darsi la possibilità di costruire qualcosa di nuovo.

Nel mio approccio, il lavoro sulla relazione e sull’appartenenza terapeutica è fondamentale per tutto il processo di terapia con pazienti che soffrono di attacchi di panico: lo svilupparsi di una relazione di cura autentica, è fondamentale per far fronte alla inconsistenza che spesso caratterizza queste situazioni.

L’attacco di panico è sconvolgente, ma è anche un’apertura verso la vita, una possibilità da ristrutturare e un modo per trovare un proprio posto nel mondo.

Infatti, è nella fase del cambiamento che il malessere è legittimo, così come il disorientamento e la fatica.

Per quanto non sia facile, è più adeguato non opporsi e credere nella possibilità del cambiamento.

Se un tempo poteva tornarci utile il concetto di autonomia, oggi può tornare utile il concetto di appartenenza: l’appartenenza che aiuta ad affrontare la difficoltà, la precarietà e il cambiamento.

Come ho scritto all’inizio, ansia e panico rappresentano la sfida dei nostri giorni.

Ci sono tante altre cose che scopro e imparo; ogni paziente porta la propria storia all’interno della quale l’ansia riveste un ruolo unico e soggettivo.

Forse la “svolta” sta nel concederci la possibilità di stare nella nostra storia.