Circa tre settimane fa, Francesca Ghezzani mi ha invitata a WellTv per parlare di Covid e lutto; settimana  scorsa  mi ha invitata per un’intervista sul senso di colpa. Forse i due argomenti in certi casi, non sono così lontani, ed ecco quindi la mia intervista.

A differenza della scorsa, questa è stata più lunga e quindi più impegnativa, ma non ringrazierò mai abbastanza Francesca per permettermi di fare queste esperienze.

COME POSSIAMO DEFINIRLO IN SENSO CLINICO?

Il senso di colpa è un sentimento complesso, legato alla colpa appunto e che può essere il risultato di trasgressioni di vario genere: morali, religiose, giuridiche. Il risultato della trasgressione può essere reale o presunta dal soggetto.

La cornice di riferimento del senso di colpa è la relazione con l’altro e partiamo dal presupposto che il senso di colpa è un sentimento sano, utile per muoversi nella società e con gli altri.

Fino a questo punto è sano, diventa non sano quando inizia ad insinuarsi l’autopunizione e il senso di eccessiva responsabilità verso la relazione con l’altro.

In questo caso rappresenta una forte resistenza verso la differenziazione dell’altro diverso da noi.

Non è causato dall’atto in sé, ma dalle fantasie che l’atto genera dentro di noi in termini di responsabilità.

PERCHE’ CI SENTIAMO INVISCHIATI?

Ci sentiamo invischiati quando il senso di colpa non è sano, come se una molteplicità di situazioni ed eventi dipendesse da noi.

Le persone che provano questo tipo di sentimento, si sentono nella condizione di dover espiare delle colpe e si sentono invischiate perché la relazione è confluente ed il reale contatto con l’altro viene evitato.

Iniziamo a chiederci: con chi ci sentiamo in colpa? Se si trattasse di un’altra persona, proverei lo stesso sentimento?

QUALI SONO I CASI PIU COMUNI IN CUI LO PROVIAMO?

Dal mio punto di vista, il senso di colpa è trasversale alle situazioni della vita.

Una delle aree in cui le persone possono sentire senso di colpa, sono gli stati ansiosi perché il senso di colpa forte non consente alla persona di accettarsi per quella che è, con limiti e difficoltà, mettendo a rischio l’immagine che la persona ha di se stessa.

Puntando sempre ad un sé ideale, ogni volta che questo ideale non è raggiunto e soddisfatto, emerge il senso di colpa dettato dall’asimmetria tra ciò che vorrei essere e ciò che sono.

Nella mia esperienza terapeutica il senso di colpa lo riscontro soprattutto nel rapporto genitori/figli o nei rapporti di coppia: si tratta di relazioni importanti che facilmente possono cadere nella confluenza, sena dare possibilità di distinguersi dall’altro. Come insegna la terapia della Gestalt, in questi casi il sé è del tutto permeabile all’altro.

LE MAMME CHE SI RITAGLIANO TEMPO PER SE’ PERCHE SI SENTONO IN COLPA?

Il tempo che ci si dedica non è una colpa, anzi probabilmente è un momento sano attraverso cui rigenerarsi, acquisire energia necessaria per seguire i propri figli.

Nonostante questo sia piuttosto condiviso, nasce il senso di colpa quando la mamma ritiene di fare un danno decisamente più grande di quello che sarà.

Se la mamma non sente di essere confluente con il figlio, sente di non essere abbastanza brava e presente.

Il bisogno di esserci quindi non è del bambino, ma della mamma stessa.

Ma a quale esigenza risponde questo pensiero e comportamento? A quale fantasia risponde la mia necessità di esserci sempre? Probabilmente rispondere a queste domande può essere un buon punto di partenza….

SI TRATTA DI QUALCOSA CHE AFFONDA LE RADICI NELLA NOSTRA INFANZIA?

Nello sviluppo del bambino normale, esiste la capacità di sentire senso di colpa dal 1° anno di età, cioè a partire dal momento in cui il bambino sviluppa un rapporto umano diadico con la madre.

Inizia quando la confluenza non è più indispensabile per l’autonomia; finché il bambino è molto piccolo, madre e figlio sono un’unica cosa perché il figlio ha bisogno di cure, nel momento in cui inizia ad apparire la possibilità di autonomia, la confluenza man mano dovrebbe modificarsi.

SE NON LO PROVASSIMO SAREMMO AMORALI? QUAL’E IL CONFINE TRA SANO E PATOLOGICO?

Il senso di colpa è necessario nella socializzazione, quindi non deve essere demonizzato.

Sentirsi in colpa è utile per imparare a riconoscere il danno che si causa, per crescere e riconoscere la responsabilità di una relazione.

Il senso di colpa è fondamentale perché insegna che possiamo sbagliare, perchè abbiamo dei limiti e proprio per questo, possiamo chiedere scusa.

Chiedendo scusa, ristabiliscono l’equilibrio sano della relazione, senza pensieri onnipotenti legati alla mancanza di errore.

COME POTER VIVERE LIBERI DA SENSO DI COLPA? QUALI PASSI PER USCIRNE IN MODO SANO?

Vivere senza senso di colpa non è sano e si cadrebbe nel movimento antisociale.

Quindi più che uscirne in modo sano, direi gestirlo in modo sano e questo è possibile riuscendo ad essere consapevoli che i propri errori sono riparabili.

Fritz Perls, il padre della terapia della Gestalt, sostiene che vivendo imprigionati nelle proprie dinamiche e nelle norme che regolano la società, l’individuo sviluppa le proprie nevrosi in quanto è come se viaggiasse tentando di tenere sempre bene a mente “ciò che è giusto e ciò che è sbagliato fare”, e non “ciò che vuole e ciò che sente”, rinunciando in tal modo alla propria autenticità.

Per riconoscere il senso di colpa. È necessario lavorare sulla consapevolezza: quale danno abbiamo effettivamente arrecato all’altro?

Questo è fondamentale per capire se stiamo attraversando un senso di colpa sano o poco sano.

Spesso il senso di colpa deriva da una delusione (o presunta tale) che si arreca all’altro a cui vogliamo bene. Gli altri si aspettano da noi delle cose che, o non facciamo o facciamo in maniera diversa da come volevano; questo porta senso di colpa e delusione nell’altro (o noi pensiamo che gli altri saranno delusi da noi, spesso però è solo un nostro pensiero e un nostro timore).

Quello su cui lavoro, prima di tutto è chiarirsi rispetto a questo, cioè spiegare bene cosa ci si aspetta o cosa si è in grado di fare oppure no.

Partire da sé e chiedersi: ho realmente provocato un danno ad un altro o ciò che sta accadendo è dovuto all’incrinarsi dell’immagine ideale e del mio senso del limite.

Di fronte a pazienti che vorrebbero essere infallibili, ciò su cui lavoro e l’accettazione della fallibilità e del limite insito nel genere umano.

Accettare la possibilità di avere un limite, permette di essere più indulgenti con se stessi, ma soprattutto dà la possibilità di chiedere scusa in caso di errore.

Sono davvero colpevole o sono “solo” molto esigente nei miei confronti?

COME POSSIAMO AIUTARE I NOSTRI FIGLI A SVILUPPARLO IN MODO EQILIBRATO?

Gran parte dei sensi di colpa nascono dall’interiorizzazione di norme genitoriali.

La “voce” interiore che ci accusa, è la trasposizione del genitore e delle sue modalità comunicative. Es: “se non fai i compiti, non esci o papà si arrabbia”.

La psicanalisi insegna che il genitore può aiutare il figlio a crescere con un sano senso di colpa dando la possibilità di riparare e restituire.

Man mano che il bambino cresce, scopre che la madre sopravvive e accetta il gesto riparativo.

A questo punto il bambino diventa capace di accettare la responsabilità del suo gesto; dall’altra parte trova la capacità della madre a capire il gesto riparativo del figlio.

Questo è un ciclo che si ripeterà un innumerevole numero di volte e per tutto il periodo dell’infanzia e non solo. Si tratta di un ciclo benigno: istinto, accettazione della responsabilità che è chiamata senso di colpa, elaborazione e gesto riparativo. Se qualcosa va male in questo ciclo, possiamo notare l’incapacità di provare senso di colpa o al contrario, eccessivo senso di colpa.

Come sosteneva Lacan, un noto psicanalista “La sofferenza nevrotica è data dal fatto che il soggetto non si impegna a realizzare il proprio desiderio ma quello degli altri sacrificandosi al loro altare”.