Quando ho deciso di fare la scuola per diventare psicoterapeuta, la scelta dell’approccio da seguire non si è presentata semplice e nemmeno scontata.

Si tratta di una scelta importante che va ben oltre gli anni della formazione: l’approccio che si sceglie, sarà quello che darà forma allo stile del professionista e alla sua vita professionale.

Non avevo le idee molto chiare rispetto a ciò che avrei voluto fare ed essere con i miei futuri pazienti.

La terapia della Gestalt mi è capitata e forse questo oggi non mi stupisce.

La creatività e l’irruenza della Gestalt si sono ben sposate con il mio bisogno di espressione ed empatia, ma allo stesso tempo, con il mio essere pragmatica e a volte sin troppo asciutta e diretta.

La cosa che subito mi ha colpito è stato leggere una frase di Fritz Perls che racchiude in poche parole quella che è sempre stata la mia concezione di terapia: “La Terapia della Gestalt è un metodo troppo attivo per essere riservato soltanto ai malati!”

Leggere queste parole per me è stata una conferma e allo stesso tempo una rivelazione.

Lì ho capito che non avrei voluto lavorare solo con chi sta già male, ma anche con chi fa del percorso personale uno strumento di crescita e ampliamento delle proprie potenzialità.

Forse è anche per questo che in America è tanto diffusa, forse perché le persone sono più abituate a confrontarsi con figure come la mia, senza vergogna o paura.

La Gestalt mette in evidenza i nostri blocchi, le nostre interruzioni, smaschera i nostri tentativi di evitamento e non lo fa solo spiegando il perché, ma soprattutto il sentire “come”.

Sono numerosi gli strumenti, più o meno conosciuti, che la Gestalt mette a disposizione del terapeuta e del paziente, ma ciò che risulta essere veramente importante, è che in Gestalt ognuno è responsabile di ciò che fa. La persona lavora al ritmo che sente più adatto a sé, puntando sul suo “qui ed ora”, concetto che spesso dimentichiamo benché se ne senta parlare spesso e sia ormai diventato una moda.

Infatti, è difficile vivere nel qui ed ora se non si sa come e cosa significhi per ognuno di noi.

Ecco, la consapevolezza è l’altro concetto che mi ha toccata.

Spesso, quando chiedo ai miei pazienti “di cosa sei consapevole ora?” non sanno rispondere, mi guardano quasi straniti e stupiti; come se fare una domanda che riguarda il loro essere in quel momento, sia una cosa così lontana e strana.

Eppure se ci pensate, la consapevolezza di ciò che sentiamo e siamo è l’unica realtà su cui possiamo essere certi ora. Talmente semplice, che diventa difficile.

La Gestalt è un approccio olistico: non esiste mente senza corpo e viceversa! Questa è una grandissima realtà che ogni giorno riscontro nel mio lavoro.

Io e la Gestalt ci siamo incrociate e scontrate, non solo nella formazione, ma anche nel mio percorso personale (la mia terapeuta è una super gestaltista che mi ha insegnato grandi cose), non sempre gradevole e semplice.

Forse queste parole sono poco interessanti per i più; io credo invece che bisognerebbe farne tesoro perché non è mai troppo tardi per arrivare a pensare di: “Essere ciò che sono prima di essere in qualsiasi altro modo” (Terapia paradossale del cambiamento di Beisser).

Costa fatica, impegno, rinuncia ma porta soddisfazione e consapevolezza.