Nell’esercizio della mia professione, ho l’opportunità di interagire con diversi tipi di sportivi, molti dei quali si trovano nella situazione di sperimentare stati ansiosi che influiscono sulla loro vita personale ed atletica.

L’ansia è un’esperienza frequente nello sport e sono diversi gli sportivi che ne soffrono. I sintomi più frequenti sono: senso di impotenza, respirazione veloce, sudorazione, senso di oppressione, tremito, senso di stanchezza o debolezza.
In ambito sportivo, l’ansia viene spesso definita “soffocamento” e sta ad indicare una riduzione delle prestazioni atletiche a causa di un gap tra stress percepito e stress reale; ciò significa che il primo è decisamente superiore al secondo e quindi difficilmente controllabile.

Tutti possiamo essere soggetti a saltuari momenti di ansia, ma chi soffre di un disturbo, sviluppa sintomi sufficientemente gravi da influenzare negativamente il potenziale e la prestazione.

Per aiutare chi soffre di ansia, è necessario conoscerne il costrutto e sapere che, sia che si tratti di ansia da prestazione o generalizzata, è caratterizzata da pensieri e paura verso il futuro. Nel caso dello sport, il pensiero negativo può essere non riuscire a gareggiare, non ottenere il risultato voluto, non sostenere la gara, non riuscire a dare il meglio di sé. Qualunque sia il pensiero, può essere una minaccia all’integrità dell’ego, quindi corrispondente a: “se non riesco, sono un perdente”.

Nel caso degli sportivi, il funzionamento dell’ansia può presentarsi in modo diverso rispetto ai non atleti o avere un significato diverso: un incidente durante una gara, può causare la paura di competere ancora o di non arrivare al risultato sperato.
Ciò che può accumunare tutti, è la conseguenza: in ogni caso, sportivo o no, si può arrivare all’evitamento della situazione. Evitando la situazione ansiogena, si arriva ad uno stato di sollievo che viene vissuto come una ricompensa e quindi reiterata con la logica conseguenza dell’evitare lo stimolo: se per esempio abbino il tiro al basket (stimolo), alla sensazione di insuccesso o di sentirmi ridicolo (evento nocivo), posso sviluppare paura e quindi evitare il tiro (così come prevede la teoria dei due fattori di Mowrer).
Paura ed evitamento sono due processi di apprendimento diversi, ma non indipendenti: una paura evitata influenza l’evitamento e questo, a sua volta, influenza la paura.

Quando questo accade nello sport, è importante capire che i pensieri che si hanno durante la prestazione, possono essere modificati o controllati.
Come si possono controllare questi pensieri?

Prima di tutto è necessario capire che spesso la paura del fallimento è legata a pensieri negativi rispetto ad una percepita mancanza di abilità.
Questo accade spesso dopo un grave infortunio o dopo importanti sconfitte, ma non sempre conoscere il perché tali pensieri sorgano è utile; spesso è più funzionale sapere come superarli.

Ecco quindi alcuni suggerimenti utili:
• prima della gara, è necessario ricordare che tensione e nervosismo sono normali quindi è meglio accettarli che combatterli;
• può essere utile fare un colloquio interno positivo aiutandosi con una visualizzazione rispetto alla gara che si dovrà svolgere;
• durante la gara, può essere più utile concentrarsi sul compito che sul risultato! Rimanere presenti nel momento, evita distrazioni legate al finale! Goditi quello che stai facendo, diversamente i pensieri negativi potrebbero avere la meglio sulla tua prestazione!
• dopo la gara, concentrati sulle cose ben svolte! Saranno il punto di riferimento e di partenza per la prossima gara.
E’ importante ricordare che le emozioni non sono disturbi, è spesso un “gioco di equilibri” tra quantità e qualità.
E’ fondamentale accettarle come parti di sé e imparare a viverle.

Per qualsiasi informazione, scrivi nel form o contattami! Sarà un piacere rispondere!

Elena